Sono passati un po’ di anni da quel giorno che il treno Bergamo-Milano a un certo punto s’è fermato da qualche parte in mezzo alle campagne, è rimasto lì per un’ora non si capiva cosa fosse successo, poi la voce che era partita da qualcuno della prima carrozza è arrivata fino a noi quasi in fondo, ha viaggiato molto lenta, forse per prudenza. Dicevano che uno s’era buttato sotto il treno. Nessuno l’ha mai comunicato ufficialmente, a un certo punto ci hanno solo fatto scendere seguendo un percorso in fila indiana, alcune porte dovevano rimanere chiuse, e mentre avanzavo a passettini ho notato, sullo stipite di una di queste porte, un pezzettino che ho immediatamente capito che era appartenuto a quel signore che s’era buttato di sotto. Poi giù, nei campi, eravamo tutte persone che stavano andando in ufficio o università, era il treno dei pendolari del mattino tardi, e tutti chiamavamo per avvisare le segretarie. In lontananza c’era un camion dei pompieri, nessuno era particolarmente traumatizzato, si scherzava anche.
Ultimamente ci penso spesso a questa cosa, mi immagino il pezzettino che torna indietro nel tempo, e insieme a lui tutti gli altri pezzettini che i pompieri s’erano affrettati a renderci invisibili, ed eccoli che in perfetto sincrono vanno a ricomporre il corpo di quest’uomo, o di questa donna, non ho mai scoperto chi fosse perché su internet non ho trovato nulla né quel giorno né quelli dopo. Eccolo, eccola. L’ultima faccia. E poi indietro, nell’erba, le scarpe che ripercorrono il tragitto, sotto il sole, le impronte che si cancellano una dopo l’altra. Ora è in casa. La testa tra le mani. O forse no, forse beve un caffè come in un giorno qualsiasi, il suo intento è tutto dentro, nascosto, segue un percorso che non si affaccia sull’esterno. Arriva l’alba, seguita dalla notte precedente, la notte precedente seguita dal tramonto. Il giorno prima. Quello prima ancora. E così via, un crescendo di mesi, anni, il tempo nella sua rappresentazione più banale, quella delle nuvole che corrono nel cielo e i lampi, il tempo nessuno l’ha mai visto e nessuno lo vedrà mai, il tempo vero, possiamo vedere solo l’orario, come guardare le fette di una torta fatta con farina e uova invisibili. Eccola la persona che s’è buttata di sotto, diventata bambino, poi feto, poi niente.
Alle superiori durante le ore di informatica guardavamo ipnotizzati le gallerie di Rotten.com. Ora non ci riuscirei, quando penso alla carne che ci contiene non riesco a separarla da tutto il resto, un dito mozzato mi fa pensare ai pulsanti degli ascensori premuti, all’asciugarsi le lacrime. Penso all’Uomo. Invece da bambino avrei potuto giocare in mezzo a un mercato pieno di corpi esplosi con la stessa curiosità di quando giocavo con i pezzi di Lego.
Al ricordo del treno il mio cervello ne collega immediatamente un altro, più antico: diciassettenne ero in africa, ospite di uno zio missionario. Zone in cui poteva capitare di vedere cadaveri in mezzo alla strada, perché nessuno aveva voglia di portarli via e seppellirli. Una sera torna uno dei missionari, il “collega” di mio zio, sconvolto. Aveva investito e ucciso un bambino sordomuto, era notte e non c’erano luci e il bambino non aveva sentito i clacson e nemmeno visto i fari mentre correva per attraversare la strada. Gli abitanti del villaggio volevano linciarlo, non so come era riuscito a tirarsi fuori dalla situazione, poi. Il bambino non era un bambino casuale: era uno di quelli che avrebbe dovuto battezzare dopo poche ore, quando il sole, il giorno dopo, sarebbe risorto.




